Burocrazia portamia via: tragedie quotidiane e non solo.

Esiste una brutta bestia con cui bisogna combattere quando si vive nel mondo universitario, il suo nome è “Burocrazia”. Ho studiato secoli di storia, tradotto decine e decine di versi latini, letto centinaia di romanzi, ma niente è mai stato tanto pesante, logorante, snervante e fastidioso quanto correre da un ufficio all’altro per sentire il solito motivetto:”Non è competenza mia, vada da Tizio!”, “Non è competenza mia, vada da Caio”. Lo giuro, la burocrazia mi ha fagocitato, ma oggi ho deciso di trovare un momento tutto per me. Incastrata tra sedia e scrivania tra le quattro mura della stanza dello studentato catanese che mi ospita, ho deciso che era tempo di aggiornamenti, ispirata anche da ciò che sto attualmente studiando: Storia del teatro.

L’opera da cui oggi voglio partire è Edipo Re di Sofocle.

Casualità vuole che sia strettamente legata al primo post che ho pubblicato; sia perchè  legata all’opera da cui ero partita l’altra volta,La poetica, Aristotele infatti aveva preso questa tragedia come modello esemplare; sia perchè avevamo parlato del Teatro greco di Siracusa dove quest’estate è stata rappresentata un’altra splendida tragedia di Sofocle, La Medea.

Ciò che mi piace di Sofocle, a parte un’indole drammatica all’inverosimile – mi piace il dramma, lo ammetto! Tra una commedia e un film drammatico strappa lascrime sceglierò sempre il secondo- è la complessa e tormentata psicologia delle donne che diventano protagoniste assolute, seppur nella loro pazzia e nell’insensatezza delle azioni.

La trama di Edipo Re è abbastanza conosciuta. Edipo inconsapevolemente uccide il padre e soposa la madre, quando il tutto viene svelato lei si uccide e lui si acceca per poi andare in esilio. Ciò che mi attira di più è l’importanza del coro e dell’oracolo Tiresia, nell’antefatto viene spiegato che Edipo era stato abbandonato dai suoi genitori a cui era stata svelata la futura disgrazia, ma il bambibo era stato salvato e cresciuto dal re e dalla regina di Corinto. Mentre durante la rappresentazionne della tragedia il coro sottolinea l’inevitabilità della sofferenza per l’uomo, il veggente Tiresia suggerisce che sia stato Edipo stesso a uccidere il padre.

In un film di Woody Allen, La dea dell’amore, viene ripresa tanto la tragedia, quanto il coro e Tiresia. È la storia di una coppia che adotta un bambino; il padre adottivo (interpretato da Allen stesso) scopre che la madre biologica è una prostituta e senza svelarle nulla cerca aiutarla a trovare una vita migliore. E’ un film brillante, ma ciò che è davvero interessante è la presenza degli intermezzi “tragici”; capita infatti che dopo una scena si venga catapultati in una sorta di teatro greco in cui Tiresia e il coro commentato ciò che accade.

Ve lo consiglio caldamente, è geniale.

E’ inutile, sono iscritta a Lettere moderne, ma il Liceo classico mi ha marchiata, l’amore per la Grecia è troppo grande, forse da una parte per via delle origini, Siracusa è stata colonia della Magna Grecia, ma d’altra parte è lì che sono andata per il mio viaggio di maturità, in Grecia, isola di Rodi… che sogno!

Ma basta! E’ ora che torni sulle mie “sudate carte” o questa laurea non la prenderò mai!

Stasera voglio lasciarvi con una canzone che ho riascoltato ieri in radio dopo tanto tempo e che stamattina mi risuonava nelle orecchie: Mi manchi di Simone Cristicchi, presentava qualche anno fa a Sanremo.

Mi manchi come manca il mare ad un’isola

come ad un bottone l’asola

come un mese ad un calendario

e a un teatro il suo sipario

a una suora il suo rosario

come le ali ad un aeroplano

l’altalena ad un bambino

la sua patria ad un emigrato.

Da Sud a Nord, passando per Aristotele.

Mi è venuta una voglia spropositata di scrivere negli ultimi tempi, così ho deciso di avviare questo nuovo progetto. Questo sarà il luogo in cui raccoglierò le mie impressioni, le mie riflessioni, ma il punto focale sarà costituito dalla cultura, dalla società, dalle arti. Magari non sarà niente di ecletante, ma in questo mondo digitalizzato mi sono convinta ad aprire un blog, anzichè iniziare un diario.

Partirò sempre da un libro e poi inizierò con le divagazioni, con le associazioni libere se vogliamo dirla alla maniera di Freud.

Oggi partirò da La poetica di Aristotele.

Nel 2012, quando mi sono diplomata, la versione che ci chiesero di tradurre fu proprio di Aristotele, quest’ autore non veniva sorteggiato da più di trentadue anni, ci fu il panico.

Ora non mi approccio a quest’opera con lo stesso animo di allora. Tradurre quella versione non fu una passeggiata di salute, è vero, ma oggi, leggendo e studiando questo testo la voglia di scrivere mi ha pervaso ancor più. Questo libro mi è capitato tra le mani per sbaglio; studio Lettere, ma da sempre il mio primo amore è la filosofia e per questo ho scelto una materia attinente.

Questo trattato fa parte degli scritti esoterici, appunti di Aristotele non destinati alla divulgazione.

Si parla perlopiù della tragedia, ma Aristotele tocca dei punti importanti come la grandezza di un’opera, la sistemazione degli eventi, l’importanza del colpo di scena e delle metafore. Viene fatto un confronto con l’epica, ma se ne conclude che la tragedia sia superiore e che sia dotata di un’unità tale che anche senza attori, senza scenografia, con la sola lettura venga ugualmente sentita da colui che vi si approccia. Lo spettacolo è importante, sì! Ma la trama, la sistemazione degli eventi lo è di più.

Io abito a venti kilometri da Siracusa, una delle province del Nord Est della Sicilia. Ogni anno a partire da Maggio è possibile assistere a delle tragedie al Teatro greco, grande vanto di questa città che è poco più che un paese, ma vive di storia, è intrisa di storia, di antichità.

Avevo quindici anni quando vidi l’ Aiace. Se vi trovaste da queste parti un giorno vi consiglio di andare; la morte di Aiace che avveniva mentre tramontava il Sole e il cielo si tingeva di blu è un immagine che non dimenticherò mai e a detta di molti tutte le altre tragedie che si sono susseguite negli anni non sono state da meno.

Ma se lasciamo Siracusa, attraversiamo lo stretto e puntiamo al Nord arriveremo a Milano. Per vari motivi in questi giorni ho una canzone in testa, è dei Baustelle; il cantante Francesco Bianconi tra le altre cose è anche scittore, il suo ultimo libro , La resurrezionde della carne, mi auguro di leggerlo presto.

Il titolo della canzone è Un romantico a Milano.

La Milano da bere, la Milano capitalista, la Milano industria di moda, ma anche la Milano pezzo di cuore, perchè è lì che stanno alcune delle persone a me più care. Hanno lasciato la Sicilia e sono approdati a Nord per seguire i loro sogni, le loro inclinazoni, per acquisire la loro indipendenza, mentre io sono ancora qui, in quest’isola e stasera mi culla questa nostalgia e anche questa calura che qui a Catania, la Milano del Sud, non ci da tregua neanche ad Ottobre.

“Scriverò sulle tovaglie dei Navigli, quanta gioia, quanti giorni, quanti sbagli…”.